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La fortuna Lo Schiaccianoci è considerato, insieme con il Lago dei Cigni (1895) e La Bella addormentata nel bosco (1890), uno dei balletti fondamentali dell’Ottocento e di tutti i tempi. Questi tre balletti, con musica di Cajkovskij, stanno alla base del repertorio di ogni grande compagnia che si rispetti. Tuttavia, tra essi, Lo Schiaccianoci è sempre stato il più discusso e controverso. In genere, i ballettofili convinti rifuggono – un po’ come Benois – dai grandi spettacoli natalizi, fatti con e per i bambini, almeno prevalentemente. Ecco perché hanno ostentato finora un certo snobismo nei confronti dello Schiaccianoci, che è il classico spettacolo a cui accede il pubblico più vario, anche quello che in genere non si incontra agli spettacoli di balletto.
Quanto ai critici, fino a pochi anni fa, molti hanno mostrato un atteggiamento di bonaria sopportazione, hanno apertamente censurato la fragilità del libretto (rispetto, poniamo, a quello della Bella addormentata) e alcuni lo hanno considerato, addirittura come una specie di condanna annuale, un “polpettone”, per bambini. Ecco, a titolo di esempio, il giudizio dell’autorevole signora P. W. Manchester, di New York su “Dancing Times” : Lo Schiaccianoci è costituzionalmente una seccatura, e si basa su un intreccio praticamente inesistente e del tutto privo di interesse […] : esso esplode – immancabile – a Natale, come un’epidemia di morbillo”. Dal canto suo, il coreografo John Cranko lo ha definito “un insieme di divertissements stupidi e senza gusto”.
George Balanchine – uno dei più grandi coreografi contemporanei – è sempre stato di opinione assai diversa : “ Lo Schiaccianoci è uno dei più bei doni della danza, non soltanto per i bambini, ma per chiunque ami l’elemento magico del teatro: ha un incanto perenne, che non dura soltanto i giorni di Natale, ma tutto l’anno…”. Anche il maggiore critico americano, Edwin Denby, scriveva, nel 1944, sulle colonne del “ New York Herald Tribune”, forse la pagina più lucida e illuminante sull’argomento: “Pensando al Natale, mi viene in mente l’immenso albero posto in mezzo al palcoscenico nella prima scena del primo atto dello Schiaccianoci, la venerabile fiaba che creò Ivanov, collaboratore di Pepita, sulla musica di Cajkovskij. Ma che cosa ha realmente a che vedere l’azione col Natale? Che cosa dice veramente il libretto? E in che modo Lo Schiaccianoci realizza il suo incantesimo dolce e benefico? Questo vecchio, sereno carrozzone, completo di tutte le convenzioni degli Anni Novanta – pantomima, danze di sala, grand pas de deux, divertissements e ballabili, tutti legati insieme da una storia a cui nessuno presta attenzione – ancora funziona sul piano teatrale.
Ma se cerchiamo di capirne il perché, ci accorgiamo che la logica coreografica dello Schiaccianoci è solida e anche l’intreccio irreale – il suo contenuto ideologico – ha una struttura razionale. Se apriamo bene gli occhi, le intenzioni dello Schiaccianoci ci appaiono umane e coerenti, e il suo “metodo formale”, naturalmente del 1890, è estremamente intelligente …”. Le riprese, le riedizioni, le nuove versioni di questo balletto sono state tante, e sarebbe impossibile elencarle tutte qui. Non c’è teatro d’opera che non abbia ospitato – magari in più edizioni – uno Schiaccianoci; e anche la televisione, in molti paesi, ne fa un programma di rigore per le feste di Natale.
Tra le versioni, per così dire, tradizionali, e cioè basate sulla versione originale del Teatro Marijnsky ( ma, come è noto nel mondo della danza – un’arte che non si scrive e non si “nota” – nessuna “ripresa” è mai realmente identica alla precedente; ed ogni coreografo ricostruttore marca di sé il balletto di altri, che vuole riprendere fedelmente ), ricordiamo quella del 1934 a Londra, per il Vic-Wells Ballet, creata da N. Sergueeff e Lyda Lopoukova, e quella del 1954 di George Balanchine per il New York City Ballet.
Tra quelle in tutto o in parte reinventate, forse la prima, tra le più autorevoli, fu quella di John Cranko, sudafricano, presentata nel 1956 a Stoccarda e poi al festival di Spoleto. Nel suo balletto in tre atti, la ragazza (già adulta) si chiama Lena (e non Clara come l’originale, o Masha come in Russia, dopo la versione Vajnonen, o Maria come nell’ultima edizione di Balanchine), ed è innamorata di un soldato, Corrado, che però non ricambia totalmente il suo amore. Al posto di Drossermeyer, c’è una comica fata, madrina di Lena. I topi rapiscono Lena e così Corrado dovrà inseguirla nel regno della Fata Filtzliputz, prima di conquistarla per sempre. Ci è molto piaciuta la nuova versione di Nureyev, con scene e costumi di Nicholas Georgiadis, che andò in scena al Teatro Reale di Stoccolma, poi, il 29 febbraio 1968, pochi mesi dopo, al Convent Garden di Londra, con il Royal Ballet, infine alla scala di Milano, all’Opéra di Parigi e in tanti altri teatri del mondo. Come nella nuova versione sovietica di Vajnonen, del 1934, la piccola protagonista, invece di osservare semplicemente i personaggi principali del balletto che danzano per lei, si trasforma ella stessa nella principessa del sogno. Così la storia sembra avere un senso più chiaro. Ma Nureyev è andato oltre: egli ha unificato i personaggi di Drosselmeyer vecchio, un po’ sinistro e decisamente misterioso, è interpretato dallo stesso ballerino che poi sarà il Principe, splendente, giovane, radioso. In questo, come in molte altre innovazioni, Nureyev ha tentato di dare allo Schiaccianoci il carattere di un grande affresco onirico, in cui il sogno acquisti alcuni fra i profondi e precisi significati iniziatici che gli sono propri.
Il carattere “natalizio” – cos’ inviso fin qui diviene abbastanza marginale. Citeremo tra le nuove versioni (del tutto o in parte reinventate) anche quelle di Roland Petit, di John Neumeier, di Mark Morris e di Matthew Bourne, in Italia quella di Amedeo Amodio per l’Aterballetto, quella di Fabbrizio Monteverde creata per il Teatro dell’Opera di Roma, quella di Evgheni Polyakov per il comunale di Firenze e dal 1997 quella di Fredy Franzutti per il suo Balletto del Sud. I danzatori sono, in tutto 18 e sembrano 180 - tanto il palcoscenico è sempre pieno dei tradizionali "ospiti" alla festa di Natale, di Topi malefici, di dolci Fiocchi di neve, che accompagnano la partenza per il grande viaggio onirico della giovane Clara e del suo Principe Schiaccianoci; e poi di bambole dei più vari paesi, di pupazzetti, di burattini animati. A parte ogni altra considerazione, questo "Schiaccianoci" è un miracolo di trucchi scenografici, di scene a trasformazione, dal respiro regale. Il tutto, con una piccola, ma garbata compagnia privata e l'astuzia consumata di uno tra i più talentati direttori e coreografi d'Italia: Fredy Franzutti. La novità più interessante del racconto - che, comunque segue quello originario di E.T.A. Hoffmann, più che la sintesi fiorita di Alexandre Dumas - è quella di aver fatto di Clara, un'adolescente amaramente sola e trascurata, perfino a Natale, da una Madre bella e gaudente, che si ostina a considerarla una bambina, adatta a pochi regalucci infantili, e che ancora la spedisce a letto subito dopo cena. Nel sogno, il regalo dell'ospite misterioso, Drosselmeyer - è uno strano Schiaccianoci in forma di soldato, che si trasforma in un bellissimo Principe. E' lui che sgominerà i topi lascivi e feroci, che minacciano Clara, nel sogno, e che la porterà nel paese dei dolci e dei giocattoli animati, ospiti d'onore al tripudio finale: l'amore, chissà, forse, le nozze. Naturalmente "tutto era un sogno". Ma non tanto. Perché - d'accordo - il bel Principe scompare, al mattino, ma Clara è diventata donna. E la bella madre arriva da lei pentita con il dono finale "giusto". Un bell'abito da sera in velluto, degno di una vera "signorina". E tutti, grandi e bambini, se ne tornano a casa felici e contenti.
Vittoria Ottolenghi
Lo Schiaccianoci di Fredy Franzutti/The Nutcracker by Fredy Franzutti
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